Ponchiroli Editori
 
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p. 34   p. 37
p. 50   p. 53
p.64   p. 71
p. 97   p. 118


Nell’universo delle arti marziali cinesi ci sono centinaia di stili diversi, ma solo tre sono da sempre considerati interni: il Taiji Quan, il Bagua Zhang e lo Xing Yi Quan. Di questi tre il più ricercato e praticato per la sua efficacia nel combattimento è lo Xing Yi Quan. Non a caso, infatti, nei tempi antichi le guardie delle carovane erano nella maggior parte dei casi maestri di questa arte marziale.
Delle tre arti la più istintiva e diretta è proprio lo Xing Yi, il cui scopo primario è l’efficacia e l’efficienza nel combattimento, ma che non di meno, al pari del Taiji e del Bagua, ha notevoli effetti sul benessere psicofisico.    
Questo perché l’efficacia è il risultato, un frutto spontaneo, di un corpo forte e in buona salute. Frutto coltivato attraverso l’imitazione cosciente e controllata dell’agire animale: ovviamente non si tratta di mimare le movenze degli animali in maniera stereotipata, ma di sviluppare, attraverso un processo d’identificazione col loro agire, il potere offensivo che questi sono in grado di generare quando combattono.
La struttura del corpo umano, nonostante le apparenze, non è molto diversa da quella animale. Osservando attentamente la figura 1 si possono notare le similitudini e le diffferenze strutturali; la differenza più significativa è nel diverso posizionamento nello spazio. Come negli animali, la forza propulsiva dell’essere umano si sviluppa principalmente dal sistema anche-bacino-spina dorsale, però il suo diverso posizionamento determina alcune differenze sia statiche (nel modo di stabilizzare la struttura), sia dinamiche (nel modo di generare forza ed energia) di cui bisogna tenere conto nelle metodiche di allenamento, se si vuole recuperare quel misto di grazia e potenza tipico degli animali.
Infatti, sono l’uso del sistema integrato anche-bacino-spina dorsale come asse di raccolta-trasmissione-distribuzione della potenza e la pratica di specifici allenamenti creati nel corso dei secoli per svilupparne le enormi potenzialità, che fanno dello Xing Yi uno dei sistemi di combattimento più potenti  ed efficaci che si conosca. Tutto questo senza sacrificare il proprio corpo ad un’effimera e passeggera efficacia, senza consumare le proprie articolazioni o sfibrare i muscoli con degli allenamenti massacranti, ma imitando le movenze flessuose del serpente per  sviluppare flessibilità ed elasticità, il volo dell’aquila per muoversi leggeri e veloci, l’incedere dell’orso per colpire pesante o quello della scimmia per toccare con destrezza e agilità.
Ogni figura, attraverso un processo mentale ed emotivo d’identificazione, non solo ci consente di cogliere lo spirito dell’animale che rappresentiamo ma, cosa fondamentale, di sviluppare il movimento naturale e spontaneo del corpo nello spazio.
Così che possiamo cambiare posizione veloci come un falco nel cielo, scendere radenti come una rondine che sfiora l’acqua, o piombare pesanti come una tigre sul cervo.
Questo stile di Xing Yi Quan, risalente al XII secolo e originario della provincia dell’Henan, il cui nome esatto è: Xin (cuore) Yi (mente) Liù (sei) He (armonie) Quan (boxe) - la boxe del cuore e della mente, delle sei armonie e dei dieci animali (Shi Ta Xin) - si differenzia dagli altri stili di Xing Yi successivi per l’enfasi posta sull’aspetto xin/cuore (emozioni, energie interiori) invece che su xing/forma (struttura e abilità fisiche) e per una peculiarità chiamata corpo del drago che sviluppa ai massimi livelli il potere torsivo del corpo e la forza a spirale. Qualità concentrate principalmente nel sistema bacino/anche e nella colonna vertebrale (vita/collo).
Al contrario di quanto comunemente creduto, che lo Xing Yi agisca soprattutto in linea retta, questo stile ha nel suo bagaglio tecnico movimenti circolari ed evasivi simili, per intenderci, a quelli del Bagua: il passo del drago è come la camminata in cerchio, solo che si sviluppa su una traiettoria sinuosa piuttosto che circolare.
La pratica prevede tredici diversi tipi di passi e molti modi di cambiare direzione, così da essere in grado di affrontare le mutevoli e caotiche situazioni di un combattimento reale, dove l’imprevisto è la norma e l’incertezza domina sovrana.
Un’altra caratteristica di questo stile è la sua essenzialità tecnico-stilistica, le tecniche elaborate sono bandite, e le più devastanti nascono da pochi ed essenziali movimenti del corpo, che opportunamente allenati e potenziati permettono di muoversi con grazia, potenza ed efficacia.
Le varie figure degli animali sviluppano la loro azione nello spazio a) secondo le direttrici principali (alto/basso, destra/sinistra, avanti/indietro), b) coprono le diverse distanze (corta, media e lunga), e c) si adattano alle diverse strategie del combattimento reale (percussioni, lotta, leve, proiezioni).

Ecco il segreto per diventare potenti:
a) non studiare innumerevoli combinazioni tecniche, ma ricercare lo sviluppo delle caratteristiche fondamentali che rendono il corpo forte, flessuoso, agile come quello di un animale allo stato brado: in grado di adattarsi alle mutevoli e imprevedibili situazioni di un combattimento reale, dove non esiste divisione tra tecniche di percussione (calci, pugni, gomitate e ginocchiate), leve articolari, proiezioni e lotta a terra;
b) allenare la mente ad essere lucida e tranquilla, come quella di una tigre in caccia che sa aspettare pazientemente il momento propizio per attaccare;
c) avere lo spirito sereno di un’aquila in volo in grado di percepire con un colpo d’occhio i minimi mutamenti, le sottili variazioni dello status quo, così da cogliere il risultato con il minimo sforzo e la massima efficacia.
Un altro aspetto che lo rende interessante ai praticanti è che, al contrario del Taiji e del Bagua, non richiede tempi lunghi perché sia davvero applicabile.
I segreti di questa immediatezza sono:
a) le forme, poche, semplici ed essenziali, senza inutili abbellimenti stilistici: un sistema perfettamente integrato e intelligente di movimenti naturali e istintivi, che non solo rispettano l’anatomia strutturale del corpo esaltandone al massimo le potenzialità, ma offrono un ventaglio di combinazioni tecniche adatte al combattimento reale. 
b) il potente e intelligente lavoro in coppia che, oltre a sviluppare abilità quali agilità, destrezza, coordinazione neuromotoria, sensibilità propriocettiva di braccia e gambe, rinforza strutturalmente le parti del corpo che vengono a contatto. Non sono solo condizionati quelli che nello stile sono chiamati i sette pugni (mano, gomito, spalla, anca, ginocchio, piede, testa), ma anche le altre parti del corpo con delle tecniche specifiche di Nei Gong sia statico sia dinamico.

Tutto il corpo si trasforma così in una micidiale e flessibile arma in grado di colpirti mentre ti fa una leva, di proiettarti mentre ti colpisce, di seguirti anche nella lotta a terra e così di seguito in un’adattabilità operativa senza schemi fissi. Le braccia e le gambe del combattente Xin Yi a volte colpiscono roteando come dei nunciaku, altre tagliano come katane affilate o entrano come frecce, altre volte ancora ti si avvolgono intorno al corpo come fruste.
È in questa istintività selvaggia e nella ricerca di una agilità spontanea e naturale simile a quella animale che sta la differenza principale dello Xin Yi Quan rispetto al Taiji e al Bagua.
Questo comporta un diverso utilizzo dello Yi (intento o volontà della mente), che qui è usato in ispecie per sviluppare la capacità identificativa con lo spirito e l’agire spontaneo  dell’animale, non tanto per agire direttamente sul movimento dell’energia interna (Qi). Non è che questo tipo di lavoro non ci sia, solo che rimane sullo sfondo e si ottiene come risultato indiretto di particolari lavori di Qi Gong specifici di questa arte. Il praticante di Xin Yi non si preoccupa del suo Qi più di quanto non lo faccia un animale allo stato brado, il suo pensiero è focalizzato sul risveglio e la gestione di tutte quelle qualità selvagge che noi condividiamo con gli animali come, per esempio, la naturale agilità felina, che è cosa diversa dall’agilità addomesticata che si ottiene praticando ginnastica artistica o Wu Shu moderno. Fra il volteggiare di un atleta  agli anelli e il pigro dondolio di una scimmia appesa ad un ramo c’è una bella differenza, come tra il balzo di un saltatore e quello di una tigre che piomba sulla preda. Tutte le arti marziali, è ovvio, sviluppano agilità, coordinazione, destrezza, ma poche riescono ad eguagliare lo Xin Yi nello sviluppo naturale e spontaneo delle abilità del corpo.

Intelligenza e istinto
Facoltà che non vanno intese come semplici metafore evocative con poca o nessuna attinenza col reale, ma come abilità effettive che si sviluppano con e dalla pratica. Non appartengono al regno delle teorie che sfociano in vaniloqui, ma a quello  concreto del fare, e in quanto tali attingibili da ognuno. Ognuno in questo contesto non va inteso come tutti, ma va riportato al fatto che tutti potenzialmente siamo predisposti per…, come tutti, per esempio, siamo predisposti per imparare a camminare, e volendo lo possiamo imparare così bene da poterlo fare con tutta tranquillità anche su un cavo sospeso nel vuoto. Alla stessa maniera con gli opportuni allenamenti psicofisici di mimesi immaginativa dell’agire animale, elaborati dai maestri nel corso dei secoli, possiamo imparare, forse sarebbe meglio dire recuperare, l’agire spontaneo e istintivo. Non si tratta di creare in noi qualcosa che non esiste, ma di attivare potenzialità per le quali siamo già predisposti, che giacciono dentro di noi sepolte sotto detriti di vario genere (paure, ansie, tensioni, eccesso di razionalità, diseducazioni posturali e motorie).
Questa predisposizione per…, questa potenzialità d’apprendimento diretto sono insite nel nostro sistema nervoso, però la nostra mente cosciente, con il suo modo di ragionare, la sua visione e i suoi pregiudizi, spesso  distorce, altera, soffoca il suo corretto operare. Per nostra fortuna madre natura ne limita l’interferenza, sicché l’agire spontaneo e istintivo può essere indipendente da essa: non solo impariamo anche senza volerlo coscientemente ma, spesso, non sappiamo neanche di sapere fare. Lo dimostrano tutte quelle situazioni eccezionali di pericolo che cortocircuitano il controllo cosciente, in cui agiamo senza pensare, senza renderci conto di quello che facciamo. Situazioni in cui l’attenzione cosciente non fa in tempo ad affacciarsi che tutto è già finito, e ci domandiamo, sorpresi e perplessi, come abbiamo potuto fare quello che abbiamo fatto, e se l’abbiamo fatto proprio noi. (Cfr. Flavio Daniele, Le Tre Vie del Tao).
Neuroni specchio si chiamano quei neuroni del nostro cervello che ci permettono di imparare direttamente le cose attraverso un processo imitativo non cosciente. Imitazione che non è una semplice riproduzione meccanica gestuale priva d’immaginazione ma, come dice il prof. Rizzolati dell’Università di Parma a cui si deve la loro scoperta, è creatività imitativa che, oltre a permetterci un contatto con la vita mentale ed emotiva dei nostri simili, ci permette di attivare le potenzialità invisibili alla coscienza ordinaria e non percepibili dalla mente concettuale (Cfr. Flavio Daniele Scienza, Tao e Arte del Combattere). Ben poca cosa sarebbero sia la nostra vita razionale e cognitiva, sia quella emozionale e sentimentale senza la capacità di questi neuroni di metterci in sintonia con i nostri simili, attivando un processo imitativo d’apprendimento diretto che ci permette di acquisire conoscenze, modi di fare e modi di essere che altrimenti ci sarebbero preclusi.
Processo imitativo che, oltre ad attivarsi dall’esterno osservando gli altri compiere determinate azioni, si può attivare dall’interno copiando le rappresentazioni mentali deliberatamente costruite da noi stessi, ponendoci in condizione di simulare delle circostanze di come se… per auto-istruirci attraverso una specie di simulatore virtuale interno, che ci permetta di sperimentare situazioni diverse così da essere pronti a qualsiasi evenienza. Simulazione virtuale che sfrutta la caratteristica fondamentale del nostro cervello e della nostra rete neurale (sistema nervoso) di non riuscire a distinguere tra una situazione reale e una fortemente immaginata (virtuale) (Cfr. Le Tre Vie del Tao, op.cit.).
Ci tocca quindi un duplice lavoro, da una parte usare la forza immaginativa per creare delle rappresentazioni che collimino con le nostre intenzioni, dall’altra fare in modo che la mente con la sua presunzione di sapere non si frapponga tra noi e l’intelligenza naturale (il sapere) del corpo, fra noi e il nostro sistema operativo interiore, creando divisioni e contrapposizioni che bloccano l’agire spontaneo o Wu Wei.
Limitare l’interferenza della mente sulle enormi potenzialità dell’intelligenza corporea significa ‘bypassare’ la contrapposizione tra mente e istinto, tra cuore e cervello, tra emozioni e razionalità, tra il sapere della mente, intellettuale e astratto, e il saper fare del corpo, diretto e immediato.
Pochi hanno coscienza di questi processi, e ancora meno quelli che li sanno usare, ecco perché, spesso, nonostante gli sforzi profusi nella pratica, la spontaneità d’azione, la naturalezza del movimento restano delle chimere difficilmente raggiungibili.
Non si sa come e dove intervenire, si pensa che il livello superficiale dell’apprendimento mentale cosciente  sia l’unico, si ignora che ce n’è uno più profondo che, attraverso i neuroni specchio, agisce d’acchito sul sistema nervoso: l’apprendimento neurale istintivo.
Livello d’apprendimento primario privo di condizionamenti che, ‘bypassando’ l’interferenza della mente cosciente, si giova dell’intelligenza del corpo, sfruttando una caratteristica unica del sistema nervoso umano: l’essere in uno stato potenziale indifferenziato come la tastiera di un pianoforte, predisposta per suonare qualsiasi tipo di musica: jazz, classica o pop.
Il sistema nervoso umano, come quello di qualsiasi essere vivente, non fa distinzioni tra abilità e abilità, non lavora finalizzato per sviluppare questa o quella capacità, ma è continuamente predisposto per…
Non gli interessa che tipo di musica tu voglia suonare, non gli interessa se il gesto che stai compiendo è una tecnica di karate o di kung fu, se stai usando un’ascia o una katana, se stai camminando sul bordo di un marciapiede o sul ciglio di un burrone. Non pensa, ma reagisce nella maniera più adeguata possibile agli stimoli ricevuti. Non si pre-occupa, ma si occupa dello stato e dell’equilibrio del corpo, indipendentemente da quello che gli occhi vedono e da quello che la tua mente sta pensando tu stia facendo. 
Considerazioni del tipo: “Sto camminando sul bordo di un marciapiede: non c’è pericolo; sono sul ciglio di un burrone: pericolo”, sono processi mentali già di livello superficiale o secondario. Al contrario il nostro sistema nervoso, come quello di un gatto che cammina sul cornicione di una casa, non progetta, non fa programmazioni, non fa rappresentazioni di ciò che potrebbe accadere ma, come la tastiera del pianoforte, adatta la sua struttura continuamente alla situazione per assicurarti la sopravvivenza, per darti il giusto ritmo nell’agire.
Distinguere tra processi di livello profondo istintivo (neurali) e di  livello superficiale (mentali) è rilevante, per riuscire a fare la cosa giusta, nel modo giusto e nel momento giusto.
Se i processi mentali interferiscono con l’operare del sistema nervoso, non si capirà come evitare che un pregiudizio mentale blocchi le nostre potenzialità, non si capirà mai dove esattamente intervenire, non si riuscirà mai a creare l’armonia tra la volontà cosciente della mente, frutto dell’interazione dinamica tra volontà, attenzione, concentrazione, e l’agire spontaneo dello spirito frutto dell’armonizzazione tra intelligenza, emozioni e istinto (Cfr. Scienza, Tao e Arte del Combattere, op.cit.).
Il limite, molto spesso, non è nelle nostre capacità, non è nella mancanza d’abilità o destrezza, ma in quei processi mentali privi di coscienza e consapevolezza che, attivando delle rappresentazioni e proiezioni mentali (paure, ansie) non in armonia con l’azione, creano disallineamento tra corpo e mente impedendo la fluida trasformazione del pensiero in azione.
Il sistema uomo è una struttura altamente complessa che agisce secondo tre semplici sistemi operativi: uno è il sistema operativo che gestisce i processi mentali, un altro è quello che ha in gestione le emozioni, il terzo è il gestore degli istinti e delle pulsioni fondamentali. Questi tre sistemi, con i relativi software gestionali, molto spesso sono in conflitto tra di loro e si comportano come se non facessero parte dello stessa realtà: la nostra testa ignora i desideri del cuore, le nostre emozioni sono in conflitto con le pulsioni vitali, e queste ultime mandano in tilt il corretto ragionare. 

Una delle ragioni principali di conflitto è che il software mentale, specie nella parte più superficiale (la logico-razionale) che si programma e si evolve secondo l’ambiente sociale, familiare e culturale in cui vive, interferisce con gli altri due, pretendendo di gestirli e di definirne le funzioni operative. Nella cieca presunzione “di un sapere autoreferenziale” non si rende conto di esulare dalle sue competenze, non si rende conto che le sue qualità, per quanto nobili e raffinate, utili in precisi contesti, sono poca cosa in quelli in cui è in gioco la sopravvivenza, specie se non sono armonizzate con il cuore (software emozionale) e vivificate dall’istinto vitale (software istintuale).